Archive for the ‘aree protette’ Category

ALPE DELLA LUNA

Giovedì, Giugno 26th, 2008

Tipologia : Riserva Naturale Provinciale                                                                        

Superficie : 1540 ettari

Altitudine : 520-1453 m                                                                              

Ambienti : Montuoso

Comuni :  Badia Tedalda, Pieve Santo Stefano e Sansepolcro

 

Descrizione:

La Riserva protegge una parte della dorsale appenninica compresa tra Badia Tedalda e Sansepolcro, conosciuta con il nome di Alpe della Luna. Questa lunga dorsale comprende una serie di rilievi ad andamento nord-ovest sud-est, culminanti con il Monte dei Frati (m 1.453) e con il Monte Maggiore (1.384 m), che segnano rispettivamente il confine occidentale e orientale dell’area protetta. Insieme al Monte Sodo Pulito (1.225 m), sua naturale prosecuzione verso sud-est, l’Alpe della Luna fa da spartiacque tra l’alta valle del Tevere, nel versante tirrenico, e quella del fiume Marecchia, nel versante adriatico. L’area, in buona parte di proprietà pubblica, è confinante con l’omonima Oasi di Protezione faunistica, che amplia in modo consistente il territorio destinato alla conservazione delle specie animali.

Dai pendii settentrionali della dorsale si origina il torrente Presalino, affluente del Presale, che si getta nel fiume Marecchia poco dopo aver attraversato il paese di Badia Tedalda. Il versante meridionale è invece solcato dagli affluenti del torrente Afra e dal Fosso di Stianta, tributari del Tevere. Il Fosso di Moscheto, uno degli affluenti dell’Afra, segna il confine meridionale della Riserva.

L’area protetta racchiude un territorio prevalentemente boscato, nel quale si susseguono cerrete, faggete e interessanti boschi misti. Caratterizzano il paesaggio anche alcune aree prative, punteggiate da piccoli insediamenti storici come Monterano e Montelabreve, quest’ultimo esistente già nel XIII sec., a cui si aggiungono numerosi sparsi edifici rurali, testimonianze di un passato in cui l’Alpe era senz’altro molto più affollata di oggi. La Spinella, Montagna, Pian della Capanna e altri edifici oggi inghiottiti dalla vegetazione sono stati protagonisti della lotta partigiana, fungendo da luoghi di rifugio e di ritrovo. Oggi, percorrendo il crinale e le radure che si aprono nella zona di Monterano, la vista spazia sul territorio di Badia Tedalda e su buona parte della Valmarecchia, dal Monte Botolino fino alle inconfondibili sagome del Sasso di Simone e del Simoncello

BOSCO DI MONTALTO

Giovedì, Giugno 26th, 2008

Tipologia : Riserva Naturale Provinciale

Superficie : 20 ettari

Altitudine : 1000 m

Ambienti : Montuoso

Comuni :  Pieve Santo Stefano

Descrizione:  Il rilievo cupuliforme di Montalto (1.060 m di quota) si trova a pochi chilometri da Pieve S. Stefano, lungo la dorsale che dal Poggio delle Calbane culmina al Passo di Viamaggio. La sua forma lo rende ben distinguibile lungo tutta la strada provinciale che da Pieve Santo Stefano sale al Passo e la sua fitta copertura forestale interrompe il paesaggio circostante, caratterizzato da prati pascolati e arbusteti. La Riserva protegge l’intero versante settentrionale di Montalto, uno scosceso pendio ricoperto da boschi di notevole interesse naturalistico che si sono conservati fino ad oggi grazie proprio alla morfologia accidentata del rilievo. In particolare il bosco è dominato da faggio, carpino nero (particolarmente abbondante nelle aree meno fertili) e acero opalo, a cui si accompagnano frassino maggiore, acero campestre, acero di monte, tiglio comune, farinaccio, maggiociondolo alpino, olmo montano e acero riccio. Lo sfruttamento selvicolturale è stato infatti da sempre molto limitato ed è definitivamente cessato da più di cinquant’anni, per mancanza di interesse economico da parte dell’attuale proprietario.

MONTI ROGNOSI

Giovedì, Giugno 26th, 2008

Tipologia : Riserva Naturale Provinciale

Superficie : 171 ettari

Altitudine : 650-700 m

Ambienti : Montuoso

Comune :  Anghiari

 

Generale:

I Monti Rognosi costituiscono un esteso gruppo di rilievi collocato a nord-ovest di Anghiari, la cui cima più alta (Monte della Croce) arriva a 680 m di quota. La Riserva si sviluppa sul Poggio Pian della Croce (630 m), cima secondaria del rilievo principale, lungo il versante destro del torrente Sovara, un affluente del Tevere. La perimetrazione interessa per la maggior parte il territorio demaniale, con una minima porzione, nella zona del Conventino, di proprietà privata.

A dispetto dell’appellativo poco invitante, i Monti Rognosi rappresentano un interessantissimo comprensorio naturale, caratterizzato dall’affioramento di un particolare tipo di rocce conosciute nell’insieme come ofioliti, sulle quali si è sviluppata una peculiare vegetazione e un caratteristico paesaggio, desolato e nudo a prima vista, ma ricco di emergenze botaniche e faunistiche.

Le stesse rocce hanno avuto importanza notevole per l’uomo, che vi ha ricavato minerali di rame e materiale lapideo. La posizione di questi rilievi, interposti tra la Valtiberina e la città di Arezzo, ne ha fatto dei luoghi di transito importanti. In epoca romana la via Ariminensis, di collegamento tra Arezzo e Rimini, passava da Ponte alla Piera e attraversava i Monti Rognosi fino al Passo della Scheggia, proseguendo poi verso Arezzo. Nei secoli questo tracciato è rimasto quasi immutato ed è stato frequentato fino a tempi recenti dai pastori durante la transumanza delle greggi verso i pascoli della Maremma, tanto che nel Medio Evo era conosciuto come “strada maremmana”.

Lungo questo antico percorso sono sorti importanti insediamenti come il Castello di Montauto, residenza feudale dei potenti Conti di Galbino, costruito in posizione dominante sul Monte della Croce e Castiglion Fatalbecco, antico castello di fondazione longobarda poi appartenuto ai Galbino e ai monaci di Camaldoli, di cui restano i ruderi sulla sommità del Poggio di Castiglione. Il potere feudale era molto radicato in tutta la zona dei Monti Rognosi, che rimase a lungo politicamente autonoma, fino all’annessione del territorio al Granducato di Toscana.

Presso il torrente Sovara, in prossimità della viabilità principale, è situato Il Conventino, un convento di suore agostiniane, oggi di proprietà privata, costruito probabilmente già nel XIV secolo come punto di sosta lungo la strada che collegava Sansepolcro al Castello di Montauto.

SASSO DI SIMONE

Giovedì, Giugno 26th, 2008

Tipologia : Riserva Naturale Provinciale

Superficie : 1604 ettari

Altitudine : 850-1204 metri

Ambienti : Montuoso con Pascolo

Comuni :  Sestino  

Generale:

Il Sasso di Simone e l’adiacente Simoncello sono due curiosi rilievi a forma di parallelepipedo, che non sfuggono di certo alla vista di chi percorre questo tratto di crinale appenninico. La loro posizione, più prossima al mar Adriatico che al Tirreno, coincide con l’estrema punta orientale della Toscana, incuneata nelle Marche. La Riserva Naturale protegge l’intero Sasso di Simone e i rilievi argillosi circostanti, fino al Simoncello, formando un complesso unico con il confinante Parco Regionale del Sasso Simone e Simoncello, in territorio marchigiano.

Interessi di vario genere ruotano intorno al Sasso: una densa storia, documentata a partire dal Neolitico, un’interessante e inusuale geomorfologia e un prezioso patrimonio floro-faunistico, il tutto inserito in un contesto paesaggistico veramente unico.

Dopo il dominio romano, che interessò il territorio di Sestino dal 295 a.c., quest’area è andata incontro a spopolamento fino al 1100, quando venne costruita proprio sulla sommità del Sasso un’abbazia benedettina, che sorse probabilmente su un precedente edificio religioso longobardo. L’abbazia, dopo un fiorente periodo durato fino al XIV sec., cominciò a decadere e l’inaccessibile pianoro del Sasso entrò così nelle mire di Malatesta Novello, che vi realizzò un’imponente fortezza a controllo del suo vasto territorio. Quando nel 1520 i Malatesta cominciarono a decadere, perdendo i loro possedimenti; il Sasso, passò prima alla Repubblica Fiorentina e poi ai Medici. Cosimo dé Medici rimase talmente impressionato dal luogo da volervi costruire una vera e propria città fortificata, non solo a scopo difensivo ma anche per consolidare il potere del suo Stato in quest’area così marginale. La costruzione iniziò nel 1566 e in una decina di anni vennero costruite le mura, diverse abitazioni, una cappella e la sede del Capitanato di Sestino, istituito nel 1575. Varie circostanze, tra cui le distanze con i centri principali, la difficoltà di accesso e, soprattutto, gli inverni molto rigidi impedirono, fin dall’inizio, che l’insediamento si sviluppasse; in quegli anni infatti, gli abitanti, non arrivarono mai nemmeno a 100, e una buona metà erano militari. Nel 1663 la città-fortezza era già in piena decadenza e gli fu tolto anche il presidio militare. Del sogno di Cosimo rimangono i ruderi, affioranti tra la vegetazione che oggi ricopre il Sasso.

ALTA VALLE DEL TEVERE

Giovedì, Giugno 26th, 2008

Tipologia : Riserva Naturale Provinciale

Superficie :  470 ettari

Altitudine : 1200 m

Ambienti : Montuoso

Comuni :  Pieve Santo Stefano

 

Descrizione:

La Riserva, situata pochi chilometri a nord di Pieve S. Stefano, protegge la dorsale montuosa arcuata formata da Poggio Tre Vescovi (1.240 m s.l.m.), Poggio Bastione (1.193 m) e Monte Nero (1.228 m), che segna il confine tosco-emiliano, allungandosi verso sud fino a comprendere la zona del Passo delle Gualanciole.

Il fiume Tevere, che nasce in territorio emiliano, sul vicino Monte Fumaiolo, scorre per i suoi primi chilometri ai piedi della dorsale del Monte Nero, dove riceve le acque del torrente Cananeccia. Il comprensorio dell’area protetta è quasi interamente boscato, con interruzioni del manto arboreo in corrispondenza di prati, di arbusteti e di aree a roccia affiorante. Si tratta quasi esclusivamente di terreni di proprietà del Patrimonio agricolo-forestale regionale, attualmente gestiti dalla Comunità Montana Valtiberina Toscana, che hanno mantenuto un’elevata naturalità.

Gli insediamenti antropici in questo tratto di Appennino si riducono ai piccoli borghi di Valsavignone, di Castellare e di Cerignone, antichi centri fortificati altomedievali, ai quali si aggiungono poche case coloniche sparse, tra le quali Le Gualanciole. Lo scarso disturbo, la presenza di boschi ed aree rocciose quasi inaccessibili fanno della Riserva un ambiente ideale per i grandi predatori, come il lupo e l’aquila reale. La funzione di tutela dell’importante patrimonio faunistico presente nell’area è resa più efficace grazie alla grande Oasi di Protezione Faunistica confinante, gestita dalla stessa Provincia di Arezzo.

Valle Inferno e Bandella

Giovedì, Giugno 26th, 2008

Tra i comuni di Terranova Bracciolini, Pergine Valdarno, Laterina e Montevarchi, c’è una riserva naturale provinciale di 531 ettari circa che protegge un tratto di 4 km del fiume Arno, compreso tra la diga di Levane e il Ponte del Romito, includendo anche l’mpia zona palustre di Bandella e le colline circostanti principalmente coltivate.

Ai 531 ettari della Riserva si aggiunge una vasta area contigua, sviluppata principalmente a nord dell’area protetta, nella quale le attività antropiche (soprattutto caccia e agricoltura) sono sottoposte ad una specifica regolamentazione, in modo da non influire negativamente su un ambiente così delicato.

Le acque dell’Arno, trattenute dalla diga, si estendono tranquille per quasi tutta la lunghezza della Riserva, formando il cosiddetto lago di Levane, del quale fa parte anche la zona umida di Bandella, originatasi per allagamento della valle del torrente Ascione.

E’ questo il cuore dell’area protetta, dove nei diversi periodi dell’anno si concentrano numerose specie di uccelli. Oltre all’ambiente fluviale e a quello palustre, la Riserva comprende boschi, arbusteti e colture, con un’eccezionale coesistenza di ambienti diversi, che ha come risultato una fauna decisamente interessante non solo per quanto riguarda la zona umida.

La calma del fiume sembra contrastare con il nome di Valle dell’Inferno che caratterizza da sempre questo tratto dell’Arno, ma in realtà il riferimento doveva essere più che calzante prima della costruzione della diga. La valle è infatti profondamente incisa, con versanti particolarmente ripidi tra i quali l’Arno scorreva in modo impetuoso e spesso pericoloso per chi era costretto a percorrerlo in barca.

PONTE BURIANO E PENNA

Giovedì, Giugno 26th, 2008

Tipologia : Riserva Naturale Provinciale

Superficie : 668 ettari

Altitudine :

Ambienti : zona umida

Comuni :  Arezzo, Laterina e Civitella in Valdichiana

 

Descrizione:

La Riserva di Ponte Buriano e Penna è tra le prime aree protette ad essere state istituite dalla Provincia di Arezzo, con lo scopo di proteggere le numerose specie di uccelli che scelgono questi tratti dell’Arno per la nidificazione, la sosta durante le migrazioni e lo svernamento. Comprende un tratto dell’Arno di circa 7 km, da Ponte Buriano, dove il fiume riceve il Canale Maestro della Chiana proveniente dalla Valdichiana senese, alla diga ENEL di Penna, che ultimata nel 1958, ha determinato l’allagamento di una buona parte della vallata, formando un invaso di circa 10 milioni di metri cubi. Lo sbarramento ha fatto sentire i suoi effetti fino a Ponte Buriano, all’estremità orientale della Riserva, dove nel tratto pianeggiante precedente lo “Stretto dell’Imbuto” l’espansione delle acque ha avuto come risultato l’ampliamento della zona palustre circostante il Canale Maestro, oggi ricoperta da un vasto canneto. Qui sono ancora visibili i resti del Mulino dell’Imbuto, costruito dai Monaci della Badia di S. Trinità dell’Alpi sfruttando la particolare morfologia della valle. Il Mulino è solo uno dei numerosi segni lasciati dall’uomo in questo tratto dell’Arno, punto di passaggio importantissimo fin dall’epoca romana che si è mantenuto tale per tutto il Medio Evo, periodo in cui fu costruito il Ponte Buriano. Lungo l’Arno, meritano una visita gli antichi nuclei fortificati di Penna, Rondine e Monte Sopra Rondine, la cui posizione, scelta in passato per motivi strategici, offre oggi bei panorami sul fiume e la zona umida. Attorno alla Riserva, a protezione dell’area umida e per ampliare l’area di tutela della fauna ed in particolare dell’avifauna, è stata creata un’Area Contigua, una fascia di territorio a regolamentazione specifica, con la funzione di “tampone” tra il delicato ambiente fluviale e le aree agricole e urbane circostanti

PARCO NAZIONALE DELLE FORESTE CASENTINESI

Giovedì, Giugno 26th, 2008

Il Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona, Campigna copre un’area di circa 36.000 ha, equamente divisa fra l’Emilia Romagna e la Toscana, comprendente territori delle province di Forlì-Cesena, Arezzo e Firenze. Si estende lungo la dorsale appenninica tosco-romagnola, scendendo ripidamente lungo le vallate parallele del versante romagnolo e in maniera più graduale nel versante toscano, che si presenta con pendii più dolci, fino all’ampio fondovalle formato dall’Arno.

Nel versante romagnolo sono compresi territori dei comuni di Bagno di Romagna, Santa Sofia, Premilcuore, Portico-San Benedetto e Tredozio. Nel versante toscano dei comuni casentinesi di Poppi, Bibbiena, Chiusi della Verna, Pratovecchio, Stia e, infine, di quelli mugellani di San Godenzo e Londa.

COSA FARE NEL PARCOIl Parco si può visitare con piacevoli escursioni a piedi, in mountain bike, a cavallo o, in inverno, con gli sci da escursionismo e le ciaspole, lungo i circa 600 chilometri della rete sentieristica. Oltre ai percorsi trekking più impegnativi sono presenti nel territorio del Parco 9 Sentieri Natura, brevi itinerari situati in zone facilmente accessibili, la cui caratteristica principale è di essere predisposti per mostrare le particolarità che si incontrano lungo il cammino, e che potrebbero facilmente sfuggire ai visitatori meno attenti o meno preparati.Inoltre a Campigna e a Badia Prataglia sono stati allestiti due “Sentieri per tutti… i sensi” accessibili a tutti. Sul territorio sono distribuiti i Centri Visita, importanti strutture di accesso e di orientamento per il visitatore, tutti pensati secondo uno specifico tema, inerente all’area in cui si trovano. Oltre ai Centri Visita sono presenti alcuni Punti Informazione.Altre strutture presenti nel Parco sono: il Giardino Botanico di Valbonella (nel comune di S. Sofia), l’Arboreto e il Museo Forestale “Siemoni” a Badia Prataglia, il Museo Forestale “G. Campadelli” a Campigna.
Sul territorio sono presenti anche molte aree di sosta attrezzate con tavoli, panche e alcune anche con fornacelle e fontane di acqua potabile.
 IL PLANETARIO ricostruisce, al chiuso di una stanza con un’apposita cupola, la volta celeste così come la vedremmo all’aperto in un luogo lontano dalle fastidiose luci delle città. Giocando con la sfera celeste e simulando spostamenti spazio – temporali alla scoperta del cielo boreale nelle varie stagioni si possono riconoscere le costellazioni, i moti di stelle, Luna, Sole e pianeti e si può imparare ad orientarsi con le stelle.  Il Centro dispone di strumentazioni e materiali didattici di supporto: strumenti per misurazioni e osservazioni, diapositive, video, cd-rom, software, riviste, libri e materiale informativo. L’ampio piazzale esterno può essere utilizzato per esperimenti sul moto del Sole e ospita la terrazza del Sole, una serie di strumenti didattici che permettono la determinazione dell’altezza del Sole all’orizzonte, l’identificazione del passaggio al meridiano e agli equinozi, la misura del tempo.PER LE SCUOLELe attività didattiche sono affidate ad astrofili esperti appositamente formati e sono calibrate al grado di apprendimento degli alunni, con possibilità di usufruire del Centro lungo tutto il corso di studi con approfondimenti successivi degli argomenti. LUOGHI DA VISITARE _  Camaldoli  e il Sacro Eremo l’ordine monastico dei Camaldolesi nasce dalla figura del leggendario fondatore   San Romualdo. Il  suo   nome,   è   legato inscindibilmente a quel fazzoletto di terra nascosto sui più alti versanti  dell’Appennino  Casentinese   che il  conte  Maldolo  di Arezzo  gli donò nel 1012.   Qui,  infatti,  Romualdo  costruì  un oratorio con cinque celle, primo nucleo dell’Eremo di Camaldoli custodito fino ai    giorni  nostri  dai  monaci  Camaldolesi.   Il   nome   della comgregazione,  dell’Eremo,  e della successiva foresta derivano, probabilmente,  da  Cà Maldolo,  in riferimento a colui che aveva donato la terra al Santo.  Prima di morire,  nel  1027,   Romualdo riuscì  a edificare in località “Fonte Buono”,  in posizione meno solitaria e più facilmente raggiungibile,  una  seconda,   piccola costruzione  che  aveva  lo scopo di accogliere gli ospiti  ed  i pellegrini.  In  questo  modo   vennero gettate  le  basi  per  la costruzione,  che avvenne nel XVI secolo,  dell’odierno Monastero costituito  da due piani e che può ospitare più di cento  monaci. Anche  l’Eremo,  nel corso dei secoli,  subì degli allargamenti e oggi è formato da venti celle e dalla chiesa di  S.Salvatore,   di stile  barocco.  La sorte della foresta circostante l’Eremo e  il Monastero fu legata in maniera indissolubile con quella dei sacri edifici,   e   più  questi  si  ingrandivano  più  aumentavano  le donazioni di boscose terre appenniniche.  I monaci si prodigarono in    maniera  egregia  per  la  cura  e  il   governo  del  bosco, sostituendo al bosco misto di faggio e abete piantagioni pure  di Abete  bianco._  Cascata dell’Acquacheta_  Ridragoli la diga e il lago_  Campigna_  Lago degli idoli_  La lama_  L’Abbazzia di Badia Prataglia_  Serravalle- La Verna San Francesco quando ricevette in dono dal  conte Cattani  l’intera  montagna  su cui sorge  La   Verna,  nel  1213 la amò  subito perchè remoto  e  silenzioso, adatto  per  vivere in un’austera  e   ascetica  solitudine.  Qui, infatti,  il  Santo  ricevette le Stimmate,  il 14 settembre  del 1224.  L’importanza  della   Verna nel cammino francescano  è  ben sintetizzata   dalla   parole   scritte  sul   portone   d’ingresso all’Eremo:   <<Non  est in toto sanctior orbe mons>> (non vi è  al mondo   monte  più sacro).  I lavori di costruzione del  complesso monastico   iniziarono   comunque  già  nel    XIII   secolo   con l’innalzamento   della    chiesa   di  S.Maria  degli   Angeli    e proseguirono  poi nel 1348 con la costruzione della  Basilica,   o Chiesa  Maggiore.  Da  ricordare che all’interno di  questa   sono conservate numerose, preziose terrecotte di Andrea della Robbia. Il complesso monastico, che, dalla sua impressionante rupe, si affaccia sulla valle dell’Arno, è quasi completamente avvolto dalla secolare Foresta Monumentale, dove sono stati censiti esemplari di abete bianco di altezza superiore ai 40 metri (molto interessante, prima di partire, consultare la “Carta Forestale della Verna”, SCAF 1982, molto dettagliata dal punto di vista botanico).